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La committenza: Olivetti

La committenza: Olivetti

Adriano Olivetti (1901 - 1960)

«Quando passavo davanti al negozio, in questi anni, ricordavo come e quanto mio padre l’avesse voluto e amato. Giravo la testa dall’altra parte, non potevo vederlo in quelle condizioni. Oggi entrare in questo luogo, non solo per me, è come essere trasportati in un’atmosfera felice».
- Laura Olivetti all'inaugurazione del Negozio Olivetti a Venezia, 20 1prile 2011-

«In me non c’è che futuro». Chissà se Adriano Olivetti ha mai pronunciato questa frase, che tuttavia ben definisce l’ansia progettuale di una figura unica del XX secolo, non solo italiano, per l’abilità di unire le capacità di grande imprenditore – l’azienda negli anni della sua direzione passa da 4.000 a 40.000 dipendenti in 17 paesi del mondo – a quelle di intellettuale che si arrovella sull’idea di una nuova società originata dalla «comunità». La comunità è per Adriano Olivetti prima di tutto il Canavase, la regione di Ivrea, dove nasce nel 1901, figlio di Camillo, d’origine ebraica, e di Luisa Revel, di famiglia valdese. La figura del padre, socialista di stampo positivista, che fonda l’Olivetti e C. nel 1908, è quella con cui Adriano dovrà fare i conti per tutta la vita. Trascorre un’infanzia serena insieme ai cinque fratelli, ricevendo un’educazione non religiosa improntata alla libertà di pensiero, come si può cogliere in una lettera della primavera del 1918, in cui chiede al padre di poter partire volontario per la Grande Guerra. La prima indipendenza la raggiunge nel dopoguerra, nella Torino delle lotte operaie dove, studente di chimica industriale, accanto a Gobetti è tra i giovani che fanno propria la lezione del socialismo critico di Gaetano Salvemini; ma la sconfitta della classe operaia e l’ascesa del fascismo lo allontanano dalla politica. Proprio a Torino, si invaghisce di Paola Levi, sorella di Gino – suo primo collaboratore a Ivrea – e della scrittrice Natalia Ginzburg; un incontro importante, che contribuirà ad affinare la sua sensibilità estetica. Nel 1925, di fronte alle minacce del fascismo, Camillo spedisce Adriano negli Stati Uniti per compiere un grand tour e visitare le principali industrie americane. Torna in Italia con due casse di libri sui nuovi metodi di organizzazione scientifica del lavoro, che introduce in azienda a partire dal 1928. Negli anni Trenta si creano le premesse dell’espansione dell’Olivetti del dopoguerra attraverso l’introduzione della M40 (1933), la prima macchina da scrivere personale, e della Divisumma (1940), una macchina da calcolo aziendale. Nel 1933 Adriano diviene direttore generale, ma già nel 1931 aveva aperto a Milano l’Ufficio comunicazione e pubblicità, un’antenna verso il nascente mondo dei media dove capta l’influenza del Bauhaus e mette al lavoro scrittori e poeti. A Ivrea dà l’incarico a due giovani architetti razionalisti di costruire una grande fabbrica di vetro, mentre intorno nascono la nuova mensa, gli impianti sportivi, un sistema di trasporti con le aree circostanti. Un embrione di welfare aziendale, che nel 1936-37 si allarga al Piano regolatore della Valle d’Aosta, prima esperienza italiana di pianificazione urbanistica, condotta sulla scorta delle suggestioni che arrivavano dall’America del New Deal. Olivetti, come tutti gli industriali italiani, convive col fascismo individuando in Bottai il gerarca col quale è possibile un dialogo. Ma già nel 1941, valutandone l’imminente fine, chiama Bobi Bazlen, intellettuale fuori da ogni schema, ad aiutarlo nel formare il catalogo della Nuove Edizioni Ivrea che diventeranno, dal 1946, le Edizioni di Comunità, una delle più vivaci riviste del dopoguerra, strumento fondamentale per aprire la cultura italiana alle scienze sociali, all’urbanistica e ai pensatori cristiani “critici”, oltre che espressione del Movimento di Comunità (nato nel 1948). Nel corso del 1943 Olivetti prende contatto con gli Alleati, ma dopo l’Armistizio il governo Badoglio lo imprigiona a Regina Coeli; riuscirà a tornare fortunosamente in libertà qualche giorno dopo l’8 settembre. Nel febbraio 1944 passa in Svizzera e sfrutta i mesi che lo separano dalla Liberazione per scrivere L’ordine politico di Comunità, nel quale, constatato il fallimento dell’ideologia socialista e la crisi del capitalismo, elabora una nuova idea di Stato basato sulla comunità come nucleo fondante della società. Il ritorno a Ivrea avviene nel giugno 1945 con un drammatico discorso davanti alle maestranze (il primo dopo la morte del padre). Pensa di entrare in politica ma ripresi invece, di lì a poco, i pieni poteri aziendali, riparte dal Canavese, la piccola patria in cui gli è possibile costruire un esempio concreto di comunità.
Il periodo che va dal 1945 al 1960 è di galoppante crescita per tutta l’economia occidentale. Olivetti ne coglie i frutti attraverso una grande espansione mondiale sia attraverso le forniture d’ufficio, sia cavalcando i consumi privati. Simbolo di questi anni è la Lettera 22 esposta al MOMA nel 1952. Tutta l’azienda diviene un modello di innovazione a partire dalla selezione del personale, all’organizzazione del lavoro con l’introduzione di psicologi di fabbrica, sociologi ed economisti, fino al rapporto con i lavoratori attraverso il Consiglio di Gestione e tutte le forme di assistenza. Non viene trascurata la formazione dei venditori, per non parlare di tutta l’attività culturale svolta a vario titolo dentro e fuori l’azienda. Un gruppo di giovani intellettuali (tra gli altri Fortini, Pampaloni, Giudici, Doglio, Zorzi, Soavi, Volponi che diverrà direttore del personale) collabora alla creazione di un progetto dagli orizzonti incerti (un’azienda modello? un progetto di società?) ma entusiasmanti per chi vi partecipa. Scorrendo i nomi di chi ha lavorato in Olivetti (Giovanni Enriques e Gino Martinoli  e, dopo di loro, Brioschi, Tatò, Furio Colombo, Gabetti, Guido Rossi, Lunati) si rintraccia il tentativo di formare una classe dirigente. A questi anni risale il contatto con Carlo Scarpa, premio Olivetti per l’architettura nel 1956, a cui affida la progettazione dello showroom di Venezia, sulla scia di una tradizione con esempi già illustri – Albini (Parigi), BBPR (New York), Bonfante (Londra) – ma che nasce dall’intuizione del padre Camillo di aprire negli anni venti un negozio Olivetti in Galleria Vittorio Emanuele a Milano: l’anomalia era offrire una vetrina a prodotti per ufficio nella spazio commerciale più in vista della città. A Venezia, Adriano aveva sempre molto amato piazza San Marco e approfittò prontamente di uno spazio messo in affitto dalle Assicurazioni Generali nelle Procuratie Vecchie. A Scarpa chiese quindi di farne «un biglietto da visita della Olivetti», non una rivendita appunto, ma un espositore. «C’erano sette, otto milioni di persone all’anno che passavano su quella piazza e lo guardavano. Sono stati i giapponesi i primi a entrare per fotografarlo. Fu tale il successo che dovetti farlo restaurare pochi anni dopo» (Renzo Zorzi, storico direttore delle iniziative culturali olivettiane). Negli ultimi anni di vita di Olivetti c’è una sorta di presaga accelerazione a partire dall’avventura politica: è sindaco d’Ivrea dal 1956, solitario deputato nelle liste di Comunità nel 1958; acquista negli Stati Uniti la rivale Underwood (1959), di cui potrà disporre della sola rete commerciale, non dell’obsoleta tecnologia; intuisce che l’elettronica si avvia a sostituire la meccanica (nel 1959 esce l’ELEA 9003 primo computer mainframe, nel 1965 il P101, considerato il primo Personal Computer). La morte giunge improvvisa il 27 febbraio 1960, sul treno Milano-Losanna. A Ivrea, il giorno dei funerali, 40.000 persone vedono sfilare il carro funebre dalle tribune allestite per il Carnevale che quell’anno, caso unico, è interrotto. Chi vive immaginando il futuro non è destinato ad essere compreso dai propri contemporanei.

Liberamente tratto da:

Alberto Saibene, Adriano Olivetti: uomo e industriale di cultura, in Francesco Dal Co e Lucia Borromeo Dina (a cura di), Negozio Olivetti, Milano 2011

OLIVETTI: UNA NUOVA CONCEZIONE DELL’INDUSTRIA E DEL LAVORO, intervista telefonica  a Francesco Dal Co: http://www.fondoambiente.it/upload/oggetti/DalCo_intervista_su_Olivetti.doc

Sul Negozio Olivetti a Parigi si veda: http://www.fondazionefrancoalbini.com/pdf/opere/opere_principali_arch_block.pdf