FAI - Fondo Ambiente Italiano

Proprietà diGenerali

Testimonianze

Intervista a Tobia Scarpa,

architetto.

Aprile 2011

A cura di Lucia Borromeo Dina

LB:  Il Negozio Olivetti - alla cui realizzazione lei ha partecipato, se non sbaglio -  è stato recentemente restaurato per volontà di Assicurazioni Generali (proprietarie dell’immobile), sotto la direzione di Gretchen Alexander Gussalli Beretta e l’alta sorveglianza della Sovrintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia, rappresentata da Renata Codello. Qual è la sua opinione riguardo questo intervento?

TS: Il Negozio Olivetti è uno dei pochi lavori di mio padre a cui io abbia contribuito in fase di progetto e realizzazione. Recentemente ho avuto modo di visitare il Negozio sia durante una fase intermedia dei restauri che a intervento ultimato. La cosa più straordinaria che mi è capitata in queste due occasioni è stata quella di percepire una situazione nuova.
Ricordo quando il negozio era stato fatto: era tutto nuovo e lucido, le parti finite, tutto era perfetto e funzionava bene, non vi era la patina del tempo né quella della salsedine, che è una peculiarità di Venezia.
Ora è tutto di nuovo in ordine e sono stati ritrovati i colori originali: è soprattutto questo il punto che questa ricognizione ha fatto vibrare di più. E’ come qualche cosa di perfetto, cioè oggi si può percepire la scelta cromatica dello stucco veneziano che papà aveva fatto mettere nelle partiture dei parapetti come qualcosa di necessario, mentre prima questo valore non veniva percepito come importante proprio perché nella natura stessa della cosa. Sembrava essere semplicemente un colore giusto, gradevole e bello; in realtà era un colore straordinariamente necessario: faceva vibrare tutto lo spazio nei confronti della luce. L’apertura del negozio infatti è posta a sud, ma ha davanti il portico che filtra la luce; quest’ultima è quindi rigenerata dal riflesso della pavimentazione nel momento in cui filtra all’interno dello spazio. Senza il restauro non  sarebbe stato possibile capire questa qualità di scelta nella complessità degli elementi.

LB: Il colore dello stucco quindi non è semplicemente neutro: come lo definirebbe?

TS: E’ un grigio, un grigio dilavato di grigio e con un sospiro di viola. Ma questa è una mia interpretazione.
Ho visto nascere quel Negozio, ho visto i disegni, quindi ho avuto il piacere di ragionare su un progetto che stava nascendo e vederlo concluso e vedere l’importanza che ha acquisito come tutte le opere di papà, che hanno sempre richiamato un interesse enorme. E’ un po’ come un appeal; la gente guarda te e non guarda gli altri, anche se non sai il perché. Ecco, i lavori di papà hanno questa misteriosa provocazione, che è una capacità straordinaria: basta pensare alla Fondazione Querini Stampalia a Venezia o al Complesso Monumentale Brion di San Vito di Altivole.
Quindi questa percezione della complessità del colore dello stucco è stata una reazione tardiva che permette di capire l’importanza di scelte che si dovrebbero fare; cioè non si può dire “facciamo un colore”: bisogna meditarlo, sentirlo, inventarlo per poterlo offrire agli altri nella sostanza.
Se non ci fosse stato l’intervento precedente che aveva modificato il colore originale ora non potremmo percepire il valore della differenza.

LB: Quindi questo intervento assume un’importanza particolare?

TS: Direi che è molto importante se lo si guarda in maniera critica, molto interessata ai temi della salvaguardia e della conservazione degli oggetti che amiamo, che ci rappresentano e che vogliamo che vivano.

LB: Che ricordo ha dell’atteggiamento di suo padre nei confronti del Negozio, amava questo luogo?

TS: Non so se l’amasse! Era una specie di passaggio obbligato; all’epoca lui aveva costruito poco o quasi nulla. I grandi amici o estimatori - come Ragghianti e Zeri, del gruppo giudicante del Premio Olivetti -  lo volevano premiare per un lavoro completo e così Adriano Olivetti gli ha commissionato l’opera (mentre lo studio BBPR aveva fatto lo showroom di New York). Quindi questo lavoro è stato una specie di invito a presentarsi. Lui ce l’ha messa tutta: non dormiva la notte! Io, che avevo circa 18 o 19 anni, ero molto giovane per iniziare la mia professione ma volevo aiutare papà e ho cercato di farlo.

LB: C’è qualche tocco suo nel negozio?

TS: Papà aveva inventato la scala, che è bellissima, e aveva fatto la vasca per la scultura di Viani. Viani era Professore all’Accademia e insegnava scultura. Con mio padre aveva instaurato un rapporto di amicizia e stima, tant’è vero che papà ha realizzato la sua sala alla Biennale. In quell’occasione ha utilizzato dei veli semitrasparenti che facevano apparire le sculture come oggetti magici, con una leggerezza straordinaria. Ricordo il grande salone con la luce che proveniva dall’alto, teatrale e gli oggetti bianchi filtrati da delle garze che te li facevano desiderare più che vedere.
La scultura di Viani nel Negozio quindi è una cosa importante perché nella sua conformazione è un gesto di movimento, è come se lo scultore cercasse di mettere dietro allo spazio di mio padre il movimento, i valori spaziali che si muovono dentro. Il nero con l’acqua della base dovevano fare da specchio.
Dopo la scala e la base per Viani, papà si era come incantato: non sapeva come risolvere il problema del pilastro che era preesistente e quindi non si poteva eliminare. Non riusciva a trovare la pelle. Mi ricordo che una sera, molto tardi (papà frequentava più il cantiere che lo studio e spesso io lo andavo a trovare in cantiere a notte fonda), io avevo un sonno terribile e gli dissi “Papà se tu mi porti via adesso io domani ti disegno il pilastro”. E così è stato: io ho disegnato il pilastro, lui l’ha corretto in due o tre punti e l’ha fatto realizzare. L’idea di lasciare lo spessore non finito di alcune lastre fa parte di materiale comune dello studio, su cui lavoravamo un po’ tutti, insieme e che ora sono giochi noti. Il mio lavoro, anche quello di adesso, deriva da quello che ho imparato da mio padre.

LB: Il negozio in origine era uno spazio angusto: come ha fatto a trasformarsi in un ambiente luminoso e quasi monumentale?

TS: Papà di monumentale pensava alla grazia delle finiture e contemporaneamente al mistero. Per esempio la porta di marmo ha a che vedere con la volontà del costruire: si costruisce di pietra e quindi un muro deve essere potente. Poi improvvisamente diventa qualcosa d’altro, di misterioso e si apre: diventa una cosa che fa diventare quello spazio vivo, in una maniera diversa da quella a che eravamo abituati al tempo. Poi naturalmente questa esperienza diventa comune, di tutti.
E poi la sua abilità nell’aver costruito questa scala straordinaria che si disgrega rispetto a quello che è il passo del gradino: si apre e si apre lateralmente e fa da invito allo spazio microscopico sopra dove sono stati collocati i due pezzi di Mies van der Rohe, che danno il rigore della modernità. Lui desiderava essere moderno ma voleva contemporaneamente salvare l’antico e queste due tensioni  lo mettevano in crisi e davano vita a un lavoro infinito di elaborazione.

LB: Obiettivo arduo, quello di unire la contemporaneità al passato, ma comunque raggiunto pienamente da Scarpa: è d’accordo?

TS: In maniera straordinaria. Uscito dall’Accademia, amava le opere e l’architettura del passato, era curioso, era un conoscitore, innamorato del presente e del passato, che non sa decidersi di abbandonare: per lui la perfezione sarebbe stata la poligamia.
Il tutto all’insegna dell’armonia: non poteva esserci violenza e lui scaricava determinate eredità della modernità nell’eleganza dei passaggi che invece gli antichi hanno sempre rispettato.

LB: Quindi, tornando al restauro, il lavoro dai professionisti coinvolti grazie ad Assicurazioni Generali è di eccellente qualità?

TS: Il restauro è straordinario per quanto riguarda la restituzione. Rimane purtroppo ancora grave il problema dell’aggressione del sale, contro la quale non c’è soluzione tecnologica a nessun livello. All’Accademia di Venezia stiamo lavorando da dieci anni su questo problema.

LB: Il sale grande distruttore di Venezia…

TS: E’ un distruttore sì, il problema è che noi non lo capiamo e non rispettiamo certe regole. Nel passato, fino al Settecento si metteva l’intonaco, che era, diciamo, un materiale sacrificale, indispensabile per conservare la struttura muraria.
Quando ci fu l’avvento del riscaldamento si provarono le soluzioni più diverse per diminuire l’umidità di risalita: rivestimenti e impermeabilizzazioni e addirittura si sono distrutti gli intonaci perché il muro respirasse. Ma nel momento in cui sono stati fatti respirare i muri, è stata sì diminuita la pressione interna dell’acqua, che risaliva meno ed evaporava, ma si sono intensificati i depositi di sale, che diventava gemma e restava sul muro, fino a spaccarlo. Questo meccanismo non è stato ancora affrontato con piena consapevolezza dal mondo della conservazione.

LB: Tornando al Negozio Olivetti, c’è qualche altra cosa che le viene in mente riguardo suo padre e quest’opera?

TS: Lui era abituato a fare grandi mostre a Venezia, le faceva con fantasia, con grande talento. Per la mostra di Bellini ha disegnato in scala tutti i quadri esposti per poter valutare le singole posizioni. Ha fatto tante mostre, una più straordinaria dell’altra, però erano opere temporanee e rimanevano solo nella memoria; il Negozio rappresenta invece un lavoro “solido” e che dura nel tempo. Non ha costruito molto, aveva lavorato per l’Accademia ma con il succedersi dei vari direttori si è perso molto sua opera. Noi del settore pensiamo che l’architettura sia una cosa  di grande valore e ci riferiamo ad esempio all’antico Egitto ma in realtà non è più così: in America fanno dei grattacieli che quando non rendono vengono distrutti,  quindi l’architettura non ha più il valore molto forte di rappresentare il sé (e nel momento in cui rappresenta il sé si perpetua nella memoria). Questo enorme rispetto per l’opera è eccezionale e il merito è dell’artista che è irripetibile. Questa irripetibilità è unica e dà valore.